13
gen
2013

Aaron Schwartz: un invito a praticare la libertà sul web

Logo del progetto Demand Progress

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Molti hanno scritto del suicidio di Aaron Schartz, enfant prodige del web. Ma abbiamo davvero la curiosità di sapere che cosa ha fatto? Ci sono state tante discussioni sull’articolo di Angelo Aquaro su La Repubblica. Il passaggio più polemizzato è stato questo:

Aaron è morto suicida come un divo del rock: e come tanti, troppi smanettoni depressi come lui, entusiasti delle macchine e con la testa nelle nuvole, nei mille cloud che custodiscono i nostri dati e le nostre vite.

Non trovo siano tutte pretestuose. Al di là del cattivo gusto che porta a speculare sulla morte di qualcuno (definirlo un divo del rock è davvero troppo, ben vengano le metafore efficaci ma servono davvero?), a me ha colpito questo passaggio:

Si chiama Rss il codice che ha contribuito a identificare. È una sigla che un giorno sarà universalmente popolare come il Dna e come il Dna riassume infatti informazioni e notizie e le mette in circolo nel corpo senza confini del web: proprio i Rich Site Summary nutrono, per esempio, quegli organismi di Internet che sono i siti di notizie, da Repubblica.it in giù, o i blog anche audio e video di tutto il mondo. Ma il giovane Aaron è stato un innovatore anche nei social network.

Rss non è un codice! Sono specifiche alle quali dei feed (un formato di dati per l’aggiornamento frequente di contenuti) devono adeguarsi. Il DNA esiste in natura, gli RSS sono uno standard, possono essere migliorati e sostituiti. Insomma: è un pasticcio! Perché un codice attiene a un linguaggio di programmazione, o più in generale con l’esito di qualcosa che rispetta determinate specifiche e gli Rss non sono parte di un programma! Potrei usare una metafora allora.

Dire che gli RSS sono un codice è come confondere il corsivo (uno stile di scrittura, definito tramite convenzioni – standard che ci insegnano a scuola), con una quartina del Canzoniere di Petrarca, conservato nel codice Vaticano latino 3793.

Viviamo un drammatico analfabetismo per tutto ciò che riguarda il web. E questo analfabetismo, figlio di un disinteresse generalizzato, coinvolge anche strumenti banali come gli RSS. E qui entrano in ballo le metafore efficaci del pezzo di Aquaro: non servono a nulla, non rendono più accattivante la lettura, ci confondono ulteriormente. Vorremmo, dovremmo consocere meglio un personaggio schivo (non un divo) che ha contribuito:

  • a cofondare Reddit (social network open source basato su Django)
  • a definire le specifiche RSS
  • a definire le licenze cretive commons
  • a battersi contro la proposta legge antipirateria SOPA (che potrebbe portare al blackout di Wikipedia). A dire il vero fa un servizio migliore La stampa che parla del SOPA e chiama gli Rss col loro nome: uno standard
  • a fondare Demand progress un progetto per organizzare campagne e battersi per i diritti civili e la libertà sul web. Ha sede a Washington per proporre alle amministrazioni le istanze dei cittatini (ancora una volta, l’articolo su La Stampa ne parla, La Repubblica no!)
  • a scrivere un codice per scaricare documenti dalla biblioteca digitale JSTOR. Di il processo in corso: è stato accusato di aver collegato illegalmente un portatile alla biblioteca dell’MIT e sottrarre i dati lì custoditi. Non è una faccenda che voglio approfondire. Vorrei solo dire che l’open access (che non significa gratis per tutti, bensì accesso garantito a tutti.)

E tanto altro ancora. È stata una (breve) vita dedicata a definire strumenti grazie ai quali il Web può essere migliore: niente glamour, niente massimizzazione dei profitti, niente restrizioni d’uso.

C’è una differenza tra la profonda difficoltà nel definire una scoperta scientifica, come l’entanglement quantistico o la supersimmetria, e parlare – bene – della tecnologia e dell’informatica. Perché non siamo invitati a utilizzare la supersimmetria (a meno che non vogliamo creare una nostra cosmogonia) e non possiamo applicare la meccanica quantistica alla vita di ogni giorno. Ma conoscere gli Rss (ad esempio) e provare a spiegare che cosa sono in poche parole, senza metafore degne di Giambattista Marino, può aiutarci a migliorare l’accesso alle informazioni. Tanto più quando è in ballo la libera circolazione dell’informazione sul web e la divulgazione dei i rischi dell’approvazione di leggi restrittive che, per combattere la pirateria, fanno chiudere siti web.

Un suicidio può suscitare curiosità morbose, ma a volte, ciò che dobbiamo fare è provare a spiegare perché qualcuno è degno di essere ricordato. E, di fatto, perché lo stiamo ricordando.

In questo caso, Aaron Schwartz ha dedicato la vita a migliorare l’accessibilità delle informazioni sul web: rendere in modo oscuro ciò che ha provato a fare è un brutto servizio alla sua memoria, più brutto che definirlo una rock star.

Il mio è solo un tributo, eppure mi sembra il caso di citare ciò che ha scritto la sua famiglia qui:

Aaron’s death is not simply a personal tragedy. It is the product of a criminal justice system rife with intimidation and prosecutorial overreach. Decisions made by officials in the Massachusetts U.S. Attorney’s office and at MIT contributed to his death. The US Attorney’s office pursued an exceptionally harsh array of charges, carrying potentially over 30 years in prison, to punish an alleged crime that had no victims. Meanwhile, unlike JSTOR, MIT refused to stand up for Aaron and its own community’s most cherished principles.

{2 Responses to “Aaron Schwartz: un invito a praticare la libertà sul web”}

  1. Ecco. Uscendo dallo specifico, benché capisca che un giornalista non sia o possa essere onnisciente, sarebbe utile scrivesse in maniera un po’ più accurata dell’argomento di cui tratta. Non tanto nella ricostruzione dei fatti che risulta sempre complicata, ma almeno nelle definizioni oggettive delle cose. Il risultato è, spesso, un articolo poco attendibile, disordinato e sensazionalistico (cosa che personalmente detesto in ogni modo).
    Tornando allo specifico, è incredibile l’evoluzione e l’epilogo della storia.
    Grazie, il tuo blog è molto interessante.

    Mica
    • Grazie per i complimenti. Sembra che personaggi come Aaron Schwartz, schivi e non avidi di gloria, siano trattati con meno rispetto dei cialtroni come Kim Dotcom, sul quale sto preparando un post.

      Vincenzo Scagliarini

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